lunedì 31 dicembre 2012

(Scheda 241 - 2) STORIA della MEDICINA PROTOSTORICA - La MEDICINA SARDA nella ETA' NURAGICA, quindi tra il 3500 - 2500 e il 1000 a.C. nella CIVILTA' NURAGICA.

LA MEDICINA PROTOSTORICA

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Articolo informativo di Giuseppe Pinna per S. O. S. - “Osteomielitici d’Italia” - Onlus «Centro Servizi Informativi On-line per Osteomielitici e Pazienti dell’Ospedale CODIVILLA-PUTTI di Cortina d’Ampezzo»; che ci addentra in un per- corso storico narrandoci che: "durante il corso dei secoli la medicina ha attraversato diversi stadi che, secondo gli storici, sono i seguenti: medicina istintiva, medicina sacerdotale, medicina magica, medicina empirica, medicina scientifica".
                              
STORIA DELLA MEDICINA 
ANTICA, MEDIEVALE E MODERNA
                           
                       LA SARDEGNA PRENURAGICA
La presenza dell’uomo in Sardegna risale al Paleolitico (450.000 – 10.000 a.C.), ma trova la sua attestazione documentaria nel Neolitico antico (6.000 – 3.700 a.C.)
                 
                 
Durante il Neolitico vi furono due importanti innovazioni che determinarono profondi muta-menti anche sul piano sociale: il sistema economico agropastorale e la scoperta della cerami- ca, grazie ai quali si affermò il sistema di ripartizione del lavoro per gruppi e una progressiva tendenza alla gerarchizzazione.
Il Neolitico si divide in tre sottofasi:
 il Neolitico antico (6.000 – 4.000 a.C.)
 il Neolitico medio (4.000 – 3.400 a.C.)
    il Neolitico recente (3.400 – 3.200 a.C.)
 il Neolitico finale (3.200 – 2.800 a.C.).
                          LA MEDICINA PROTOSTORICA
                                                             (dal 3600 a.C.)
               

La MEDICINA SARDA nella ETA' NURAGICA, quindi tra il 3500 e il 1000 a.C. della CIVILTA' NURAGICA

Il popolo dei Nuraghi 
è vissuto in Sardegna nell’età del Bronzo 
(fra 3500 a.C. e 2500 anni fa)
L’uomo preistorico locale, si trasforma da cacciatore-raccoglitore ad agricoltore-allevatore, vive le stagioni e... semina, irriga, raccoglie e pascola il bestiame.
La Medicina Sarda è abbastanza famosa in quanto si mischia anche alla magia
Ciò su cui si vuole soffermare l'attenzione è "La Medicina dell'Occhio"
Un rituale molto antico ed uno fra i più conosciuti. 
Difatti, ed è luogo comune, ma pare che il malocchio venga trasmesso tramite gli occhi.
Ebbene si! 
E' di certo uno sguardo carico di invidia nei confronti di qualcuno o qualcosa.
Ma è soprattutto ancor più strano il fatto che chi invia questa negatività può esserne addirit- tura ignaro e fare ciò involontariamente.
               
La medicina dell'occhio 
e i Giganti che guariscono

Il Popolo dei Nuraghi è vissuto in Sardegna 

nell’età del Bronzo "fra 3500 a.C. e 2500 anni fa"
La Sardegna essendo una terra molto antica conserva delle tradizioni piuttosto curiose ed in teressanti.
 Veduta dall'alto del santuario diSanta Vittoria di Serri
Una tra queste è la "Medicina Sarda" abbastanza famosa in quanto si mischia anche alla magia
Ciò su cui vale la pena soffermare l'attenzione è "La Medicina dell'Occhio"
Questo è un rituale molto antico ed uno fra i più conosciuti. 
Pare che il malocchio venga trasmesso tramite gli occhi. 
Ebbene si! 
E' uno sguardo carico di invidia nei confronti di qualcuno o qualcosa. 
Ma è strano il fatto che chi invia questa negatività può esserne addirittura ignaro e quindi fare ciò senza volerlo.
Il rituale per combatterlo è semplice e ciò che occorre possedere è un bicchiere in cui viene versata dell'acqua è verrà riempito solo per metà; poi del grano o del riso e delle pietrine di sale
Si prende il bicchiere, si fa il segno della croce e poi si pronunciano due preghiere specifi- che per questo tipo di rituale 3 volte consecutive
Fatto ciò si gettano il grano e il sale nel bicchiere e poi si controllerà se gli occhietti (ma in realtà si formano delle bollicine e anche delle bolle grandicelle) si sono formati. 
Queste bolle possono formarsi alle estremità del grano, questo significa che il malocchio ha preso la nostra testa e quindi accuseremo una forte emicrania che potrebbe essere accompa gnata da vomito. 
Se la bolla invece si forma al centro del grano allora il malocchio è nello stomaco, perciò avremo forti fitte alla pancia accompagnate da coliche e anche da vomito. 
Nei casi più disperati le bolle possono formarsi su tutta la superficie del chicco di grano
I sintomi comunque possono essere di diversa natura, anche la pesantezza agli occhi, feb-bre, stanchezza cronica. 
Finito il rituale si usa far bere un sorso dell'acqua del bicchiere, e in teoria il malocchio do- vrebbe essere svanito e quindi curato. 
Ma alle volte accade che è talmente forte che il rituale va eseguito più volte. 
Alcuni riescono a percepire anche se questa negatività è stata inviata da un uomo o una don na.
Chi si appresta a togliere il malocchio del povero o della povera malcapitata non è una per-sona a caso. 
Di solito chi svolge il rituale lo fa perché gli è stato tramandato dai propri avi. 
E’ un rituale che si tramanda di generazione in generazione infatti, anche se questa pratica con il tempo sta scomparendo. 
Colui o colei che si accinge ad insegnare a qualcuno questa pratica magica e misteriosa non potrà mai più esercitarla e alcuni sostengono che si può svelare il segreto solo la notte di Natale.
Ovviamente ognuno è liberissimo di crederci o meno, il nostro scopo è semplicemente quello di scrivere delle informazioni particolari che possano suscitare un minimo di curiosità a chi legge. 
Come ben sappiamo l'occulto e la magia rimangono sempre un mistero e non si sa ancora se esistano o meno, possiamo solo documentarci e con il tempo formulare una opinione.
Però sicuramente è un rituale che conserva quel non so che di magico e antico …. 
Speriamo che queste tradizioni non svaniscano mai perché fanno parte del nostro passato e quindi della storia.
Parliamo di una civiltà, quella nuragica, in cui si svolgevano particolari riti di guarigione
Pare che anche oggi questi luoghi conservino ancora delle forze misteriose che consentono la guarigione di alcuni mali.
La Gallura, per esempio è ricchissima di granito e siti archeologici che rappresentano la culla della medicina bio-energo-vibrazionale
A proposito di questo, esiste una storia abbastanza curiosa che può indurre a fare qualche ri flessione, una semplice coincidenza o realmente accaduta? 
Si narra che nei primi anni novanta una bambina di Arzachena, a cui i medici avevano ipotiz-zato di amputare un braccio come unica soluzione al brutto male che l'aveva colpita:
l'osteomielite. 
Una (grave infezione dell'osso) e, venne sottoposta a nove sedute di terapia "neolitica" presso la tomba dei Giganti di Li Mazzani. 
Finite queste nove sedute la bimba guarì completamente da questo male. 
Dopo questo racconto, possiamo introdurci nel misterioso mondo degli effetti terapeutici le-gati alle pietre granitiche, con cui erano edificate le "tombe degli eroi", ribattezzate più recentemente come "tombe dei Giganti"
Per prima cosa è necessario spiegare cosa si intende per sedute neolitiche
Questo tipo di pratiche curative ovviamente risale all’età nuragica, quindi tra il 3500 e il 1000 a.C. 
Nella civiltà nuragica le pietre avevano un alto valore sacro ma soprattutto erano stretta-mente legate alle conoscenze astronomiche e al culto degli astri
Aristotele, per esempio, descriveva le antiche tradizioni sarde, le quali prevedevano di visi-tare le tombe degli eroi cioè i capi spirituali defunti (sacerdoti-sciamani ma anche sacer- dotesse) per svolgere particolari riti di guarigione per allontanare mali fisici, ossessioni e spiriti maligni. 
In questi luoghi si trascorrevano esattamente 5 giorni e cinque notti, e si dormiva. 
Questa terapia si compiva attraverso il sonno ma soprattutto attraverso i sogni. 
Tutto questo si deve ricollegare alla pietra con cui sono state realizzate queste tombe: il granito, il quale essendo un ottimo trasportatore di energia perché costituito da biossido di silicio, ha un effetto magnetoterapeutico naturale
Inoltre queste tombe, come quelle dei Giganti di Li Mezzani, sono costruite su siti di alto va lore energetico-vibrazionale, a livello di terra ma anche di cosmo. 
Ancora oggi in tanti sostengono di aver tratto dei benefici da questa energia in particolare all’apparato osseo, specialmente chi soffre di osteoporosi, cervicale, mal di schiena, reuma tismi, periartriti o lombosciantalgie
I primi benefici si avvertono dopo aver fatto regolari sedute per almeno una settimana, me-glio dieci giorni. 
Bisogna stendersi per una mezz’ora all’interno del corridoio tombale, oppure sedersi lungo le panchine dell’esedra, senza incrociare ne braccia ne gambe, per far fluire meglio l’energia e il magnetismo che si sprigionano dal sito. 
La sensazione che si ha all’inizio, di solito, è di formicolio alle dita delle mani o dei piedi, op-pure si prova un intenso caldo o freddo nella zona da curare. 
In alcuni casi si avvertono benefici improvvisi, in altri invece sembra che il dolore peggiori, ma dopo qualche giorno si avverte il miglioramento. 
Questo tipo di trattamento può essere utile anche in caso di ansia, insonnia, depressione, poiché in molti, dopo aver sostato sopra la tomba dei Giganti, avvertono un grande senso di rilassatezza, ed una propensione al sonno tranquillo.
                                                 
                           
Nel Bosco di S. Giorgio, sempre nella zona archeologica di Palau, alcuni sostengono che è possibile vedere la propria aura.
Questo viene descritto come un luogo di forte magnetismo, dove in età addirittura pre-nuragica (3500 a.C.) vennero modellate alcune rocce con fini terapeutici e sacri
Qui si trova una grotta ricavata nel granito dove, se si appoggia la mano sulla roccia è pos- sibile visualizzare la propria aura attraverso le dita. 
All’inizio si manifesta sotto forma di luce chiara; ma dopo un periodo di pratica alcuni riescono a vedere l’aura nei suoi diversi colori: verde, ad esempio se si hanno forti attitudini terapeu- tiche; blu, se si è molto rilassati, giallo, se si tratta di un tipo di persona molto razionale. 
In questi luoghi è possibile partecipare ad alcuni rituali.
                                 
Questi rituali ricorrono in date particolari, come gli equinozi o i solstizi
Un esempio può essere il solstizio d’autunno che ha come data il 23 settembre. 
In pratica il rituale consiste nel recarsi all’alba alla tomba dei Giganti per vedere il sorgere del sole, i cui raggi si piazzano perfettamente nel portello della tomba stessa, laddove gli an- tichi mettevano le ossa degli sciamani defunti. 
Il rito funebre, infatti, prevedeva che il corpo del morto fosse lasciato scarnificare dai rapaci e che venissero sepolte solo le ossa, dipinte di ocra rossa, simbolo dell’immortalità. 
Concetto che spiega perché le tombe dei Giganti sono orientate ad est: punto che è simbo- lo di rinascita, in quanto da qui sorge il sole. 
In questi luoghi vengono praticate meditazioni di gruppo guidate e visualizzazioni, per ricari-carsi di energia positiva.

                                                                   
                     
Parliamo di una civiltà, quella nuragica, in cui si svolgevano particolari riti di guarigione
Pare che anche oggi questi luoghi conservino ancora delle forze misteriose che consentono la guarigione dei mali.
                                                                      GUERRIERO NURAGICO - bronzetto

                                 
Ovviamente leggendo queste storie ognuno è liberissimo di crederci o meno, il nostro scopo è semplicemente quello di scrivere delle informazioni particolari. 
Come ben sappiamo l'occulto e la magia rimangono sempre un mistero e non si sa ancora se esistano o meno, noi possiamo solo documentarci e con il tempo formulare una nostra opinione. 
Dopo questa piccola parentesi, diciamo che possiamo ritornare a parlare della civiltà nuragi- ca e dei suoi misteri. 


  

                                   
                                   La medicina tradizionale in Sardegna

Il Malocchio

La medicina tradizionale in Sardegna: Il Malocchio
Il Malocchio e i rimedi tradizionali per curarlo

Il Malocchio è una pratica malefica che affonda le sue radici nel passato più remoto. 
Le modalità di trasmissione, come lascia intendere la parola, passa dallo sguardo, infatti si di-
ce che gli occhi abbiano la capacità di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo. 
Si parla di Malocchio anche nella mitologia dei popoli antichi, lo sguardo rabbioso delle donne
dell'Illiria poteva uccidere. 
Il gigante Balor delle leggende celtiche poteva addirittura trasformare il suo unico occhio in
un'arma letale e Medusa aveva la capacità di tramutare in pietra chiunque incontrasse il suo
sguardo. 
Il potere degli occhi viene attribuito soprattutto agli esseri umani sospettati di stregoneria,
in particolar modo alle donne
Alcuni involontariamente esercitano tale potere con il semplice atto di posare lo sguardo su di
un'altra persona senza rendersene conto. 
I sintomi del malocchio sono, a livello fisico, mal di testa frequenti senza averne mai sofferto 
prima e senza una causa patologica, cattivo umore e sindrome depressiva; possono accadere 
degli eventi negativi spesso all'interno della famiglia, come ad esempio una immotivato abban
dono da parte del partner, un guasto alla macchina o eventi di estrema gravità . 
Il Rito Magico contro il Malocchio elimina tale influenza ripulendo l'Aura, riportando il soggetto 
nello stato psicofisico di prima, cessando immediatamente gli eventi nefasti di cui era vittima.
Esistono diversi modi per proteggersi dal malocchio, nella tradizione popolare troviamo un sis
tema che consiste nell'inviare un fiore per nove giorni consecutivi alla persona che ci ha fatto
il maleficio (se si intuisce chi può essere stato). 
Il metodo funziona soltanto se i fiori sono inviati con un sentimento di sincera amicizia.
Il più delle volte il malocchio agisce sulla sfera sessuale: ed è per questo che, secondo una
vecchia usanza, toccandosi i genitali si viene protetti dal malocchio
Nel caso in cui il malocchio sia stato trasmesso, esistono dei riti atti a debellarlo che variano 
seconda della località. 
                                                   
Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, infatti è solo la donna l'uni-
ca depositaria del segreto della formula e a lei soltanto spetta esercitare il rito
Il malocchio in Sardegna assume diverse denominazioni a seconda delle località, come ocru 
malu nel nuorese, ogru malu nel logudorese e ogu mau nel campidanese. 
Ed esistono interessanti espressioni linquistiche locali anche per designare l’avvenuto malefi-
cio: l’occhio che aggredisce è un occhio cattivo (ogu malu) oppure un occhio che ti si posa 
addosso (ti si ponidi asuba) recano danno, oppure che preso d’occhio (pigau de ogu)
Malocchio è l’occhio dell’altro, solitamente di chi non fa parte della famiglia e non è quindi le-
gato da vincoli di sangue, che, una volta giunto alla meta, crea una situazione di difficoltà por
tando via un determinato bene, che può essere la bellezza, la salute o la fortuna, che viene 
perciò mangiato dal colpo dell’occhio (manigadu de su corpu ‘e soju).
Nei paesi sardi la donna ha la prerogativa di essere sia soggetto che oggetto del malocchio:
è colei che è più esposta al rischio del malocchio ma è anche colei che getta il malocchio più
potente. 
Ed è sempre in linea femminile che vengono ereditati gli oggetti magici, gli amuleti, che preser
vano dal malocchio ed è sempre la donna che gestisce la vita e la morte attraverso la prati-
ca della “medicina dell’occhio”.
La denominazione “medicina dell’occhio” è l’unica che si riscontri in maniera diffusa in tutte 
le province sarde.
                             
Questa pratica si può apprendere sia in famiglia che da estranei. 
Per diventare guaritori è necessario essere riconosciuti dai possibili trasmettitori, come perso
ne adatte, infatti solo in pochissimi casi il passaggio a tale condizione è avvenuto attraverso 
prove di verifica o attraverso un vero e proprio rito.
Per quanto riguarda il rito terapeutico sono stati registrati ben ventiquattro modi diversi di
esecuzione, all’interno dei quali si riscontra la presenza, diversamente combinata dei seguen
ti elementi: is “brebus”, preghiere quali il Padre Nostro, l’Ave Maria, la recitazione del Credo,
che spesso assieme all’uso di grano, acqua, sale, olio, orzo, riso, pietra, corno di muflone,
di cervo o di bue, l'occhio di Santa Lucia, il carbone e la carta, portano a conseguire la gua-
rigione.
Il rito va ripetuto da un minimo di tre ad un massimo di nove volte
Per la risoluzione dei casi più gravi in genere è previsto l’intervento di tre diversi operatori.
Altro sistema fondamentale di difesa, quello preventivo, è costituito da tutta una serie di og-
getti come gli amuleti e gesti apotropaici destinati ad annullare qualunque possibile influsso
malefico proveniente dagli altri.
Tra gli scongiuri rivolti al possibile portatore di malocchio ricordiamo l’uso di sputare per allon
tanare il male, attestato in Sardegna da un manoscritto anonimo del settecento, toccare un
oggetto di ferro, di corno o le parti genitali, bestemmiare al suo passaggio, tirar fuori veloce-
mente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche furadas al suo indirizzo (di nas-
costo), ecc. 
Il fare sas ficas è tutt'oggi ancora usanza diffusa sia fra gli uomini che fra le donne, tale uso
era ed è certamente noto anche a Cagliari, dove i vecchi tutt'ora ben ricordano il detto: “Ti 
dexit comenti sa fica in s’ogu” (ti giova come la fica nell’occhio).
Oltre alle tecniche gestuali nell’Isola si è sviluppata tutta una serie di oggetti apotropaici, di
tipologia tipicamente mediterranea, che hanno acquisito valori culturali con particolari conno-
tazioni; le ricerche svolte a tal proposito dimostrano, infatti, che gli amuleti sardi, pur avendo
molteplici valenze, sono quasi tutti riconducibili all’ideologia del malocchio.
Purtroppo molti amuleti erano così poveri e deperibili che nessuno ha mai avuto occasione o
interesse a conservarli e sono giunti fino a noi solamente attraverso il ricordo dei vecchi; di-
verso è il discorso riguardante gli amuleti che erano anche oggetti di oreficeria o costituiti da
materiali ritenuti in qualche modo preziosi. 
La maggior parte di essi ha radici precristiane e ha subito un’evoluzione nel tempo; se pri-
ma, ad esempio, erano caratterizzati dall’uso di un determinato materiale, in periodi successi
vi il materiale è cambiato, conservando solo similitudini di forma o colori. 
Ad es. Sa sabegia, che era inizialmente tonda prevalentemente in pietra nera o in corallo, si
è evoluta con l’utilizzazione di materiale non naturale, come il vetro sfaccettato nero o addirit
tura la pasta di vetro policromo, di sicura importazione, il cui uso può essere stato introdotto
sia per la difficoltà di reperire e lavorare il materiale originario, sia per una maggior ricercatez
za che il nuovo materiale “esotico” poteva vantare. 
È certo tuttavia che sostituendo il materiale, l’amuleto non perdeva né l’eventuale significato
simbolico, né la sua funzione apotropaica
L’unica condizione perché l’amuleto agisca è “aver fede”, credere cioè nel suo potere; in al-
cune zone, infatti, l’efficacia dell’amuleto è data dal fatto che esso debba essere abbrebau,
su di esso devono cioè essere stati recitati is brebos, ovverossia dicasi: le “parole e le pre-
ghiere magico-religiose”.
Nota in Sardegna come anti-malocchio per eccellenza, è la pietra nera in gavazzogiaet-
to (lignite picea), onice, ossidiana; tonda, sempre incastonata in prata (cioè in argento, per
ché si credeva avrebbe perso il suo potere se legata in oro).
                               
La sabegia simboleggia il globo oculare, nella fattispecie l’occhio buono che si contrappone 
a quello cattivo attirandone lo sguardo.
La sua funzione consiste nel salvare chi ne è munito, spaccandosi al posto del cuore della 
persona “guardata”.
La terminologia con cui viene identificata è varia e difficilmente localizzabile. 
Nota come sabegia nel Campidano di Cagliari, se ne è perduta la memoria nel capoluogo, 
dove deve essere stata però usata abbondantemente, tanto che se ne conservava il ricor-
do fin nei primi decenni del secolo scorso. 
Con pochissime varianti linguo-fonetiche ritroviamo questo termine nella Barbagia dove è 
invece conosciuta come cocco, nella Gallura, nel Logudoro e ad Orgosolo è invece general-
mente noto col nome di pinnadellu, mentre nell’oristanese, a Desulo e nella Barbagia di 
Bel viene denominato pinnadeddu.
Tradizionalmente nero, l’amuleto si ritrova talvolta anche rosso, di corallo, specialmente in 
Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di corradeddu ‘e s’ogu leau (coral
lino del malocchio) e dove lo si portava appeso alla spalla e ricadente sul braccio, unito a 
mazzo con altri amuleti sempre di corallo e incastonati in argento
In ogni caso la sabegia mantiene sempre la caratteristica di essere simbolo dell’occhio.
Sa sabegia veniva appesa alle culle, mentre i bambini più grandicelli la portavano general-
mente al polso, legata con un fiocchetto verde e veniva loro tradizionalmente regalata dalla 
nonna o dalla madrina di battesimo.
Le donne invece la esibivano al collo o appesa al corsetto.
                                
                                
                               
                                
       Sa mobadia de sa Stria - La malattia della Stria
Secondo la tradizione popolare la Stria è l’uccello del malaugurio impersonato o dalla civetta o dal barba
gianni, con la sua comparsa preannuncia una disgrazia. 
Ad essa vengono attribuiti poteri malefici che sfociano in una vera e propria malattia se, durante il suo volo, 
passa sopra la testa di una persona. 
Gli effetti della cosiddetta striatura sono riconoscibili negli occhi e nel viso del malcapitato che presenta il 
pallore tipico dell’itterizia.
Per diagnosticare la malattia è necessario controllare che l’altezza della persona corrisponda alla misura
dell’estensione delle sue braccia, la misurazione avviene con del filo da imbastire bianco, in caso di squili
brio si procede al rito di guarigione che cambia da una zona all’altra dell’Isola.
In alcune zone si bruciano le piume del rapace notturno riducendole in cenere da versare nel caffè che an
drà somministrato al malato; 
in altre zone l’operazione si compie nella fase terminale del ciclo lunare e insieme alle piume si brucia an
che il filo utilizzato per la misurazione, con il fumo che si crea si segna la croce sopra il malato mentre si re
citano i brebus (formule magiche)
infine le ceneri si mischieranno, come nel caso precedente,... 
al caffè che il malato dovrà bere a digiuno la mattina seguente.
Questa usanza rischia di cadere nell'oblio (dimenticatoio) perché molte guaritrici non praticano più l’antica
medicina per la mancanza di richieste.
                                                    Il Barbagianni                                                                  La Civetta
                                           
                                
                                
                                
                                
                                
                                
MEDICINA POPOLARE E ANTICHI RIMEDI
La medicina popolare tradizionale ha i suoi modi di concepire il malessere e i rimedi atti a
combatterlo, avvalendosi di particolari rituali che si concretizzano con l’ausilio di elementi ap
partenenti alla sfera naturale, come la fitoterapia, talvolta associata a quella sfera da taluni 
definita “sovrannaturale”, dove il curatore entra in contatto con diversi livelli di coscienza 
appartenente ad “altri mondi”, fungendo da collegamento tra questi e il paziente. 
Per quanto riguarda la fitoterapia, si sa che l’innata paura dell’uomo nei confronti delle ma-
lattie e delle sofferenze corporee ha stimolato da sempre la ricerca e lo sfruttamento delle 
risorse naturali come le piante ritenute curative.
Le più antiche civiltà, già prima che si facesse un esplicito riferimento alla fitoterapia nelle 
Sacre Scritture[1], conoscevano le proprietà curative e l’uso che si poteva fare di alcune
piante, in seguito le nozioni acquisite furono approfondite e diversificate.
Per quanto riguarda l’Europa, il sapere medico fu trasmesso, grazie all’intermediario ara-
bo, dalle civiltà egiziana, greca e romana[2].
[1] Ecclesiastico 38-4: “Il Signore fa produrre i rimedi dalla terra: l’uomo assennato non li disprezza”.
[2] Gli Egiziani avevano una loro scuola medica già 2000 anni prima dei medici greci, un bassorilievo proveniente da Akhenaton
raffigura una pianta medicinale, la mandragora, largamente usata durante il Medioevo. 
Le conoscenze mediche dell’antico Egitto si diffusero particolarmente in Mesopotamia, dove sono state rinvenute alcune tavolette
che citano la canapa indiana, della quale si conoscevano le proprietà analgesiche; ma furono soprattutto i Greci e, successivamen-
te, i Romani che ebbero la fortuna di ereditare le nozioni degli Egizi riuscendo a portarle ad un più alto livello.
In Sardegna la magia ha da sempre permeato i vari contesti della vita dei suoi abitanti, così,
quando la religione e la scienza hanno fatto la loro comparsa, sono dovute scendere a com-
promessi soprattutto laddove fosse più difficile estirpare gli appannaggi più radicati di quel 
periodo mitico
Secondo la tradizione sarda esistono persone particolari dotate del cosiddetto “dono”, cioè
la capacità di interagire e influenzare il mondo animale e vegetale e, ovviamente, umano.
Per quanto riguarda la medicina tradizionale, sono da considerarsi guaritori, coloro ai qua-
li è stata riconosciuta la dote del dono, essi applicano le conoscenze trasmesse dai saggi di
generazione in generazione dopo aver compiuto un apprendistato, consistente nel saper ri-
conoscere le piante medicinali, essere in grado di preparare il rimedio e applicarlo sul malato.
                                 
L'Uomo di Oliena appartenne senza dubbio al tipo Neanderthal che, com'è noto, fu soppiantato misteriosamente da 
quello di Cro-Magnon solo 30.000 anni fa.
                                  L'uomo di Neanderthal
Storia - Neolitico antico (6000-4000 a.C.)
       
Il passaggio dal Paleolitico al Neolitico, fu lento e progressivo; tra questi periodi si colloca
il Mesolitico, nel quale gli uomini affinarono l'arte di lavorazione della pietra non più scheg-
giandola ma perfezionandosi fino ad ottenere manufatti più rifiniti e taglienti. 
Dopo questo lento periodo di transizione si passò al Neolitico che rappresentò una rivolu-
zione tecnica e culturale. 
Mentre nel paleolitico l'uomo fu costretto a praticare il nomadismo, soprattutto per cacciare,
nel Neolitico capì, forse per caso, che alcuni animali di piccola taglia, potevano essere alleva
ti e usati come scorta alimentare. 
Ancora più importante fu la scoperta dell'agricoltura, avvenuta peraltro in un lunghissimo ar-
co di tempo. 
Essa avvenne molto probabilmente in modo casuale e la perfezionò solamente dopo centi-
naia di anni. 
Allevamento e agricoltura contribuirono all'aumento della popolazione che, abbandonato il 
nomadismo, cominciò a trovare sistemi di vita più comodi, cominciando a costruire capanne 
in legno, canne e successivamente con mattoni crudi di paglia e fango (ladiri).
Così, l'uomo incominciò a chiedersi se dietro alcuni fenomeni naturali ci fosse un essere so-
prannaturale e così intuì l'esistenza di un Dio, sviluppando parallelamente il culto dei defunti.
L'esigenza di conservare i cibi portò alla scoperta della ceramica.
L'uomo neolitico perfezionò inoltre la tecnica della lavorazione della pietra creando manufat
ti rifiniti; l'ossidiana (roccia vulcanica effusiva), permetteva la facile costruzione di utensili e 
armi. 
Questo minerale abbondava nell'Isola, nel monte Arci e fu sfruttato fin dal Neolitico antico
Il lavoro degli archeologi ha portato alla luce vari siti sparsi in tutta l'Isola e all'identificazione
di vere e proprie culture, come testimonia uno dei ritrovamenti più antichi (circa 6000 a.C.).
                                        downloadman
     E... non finesce qui
Pubblicato su Blogger oggi 31 dicembre 2012 alle ore 19,50 da: Giuseppe Pinna de Marrubiu

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